Di maffia

È un silenzio tonfante. La voce metallica riprodotta dai supporti tecnici è un filo di seta che chiama a sé l’attenzione degli astanti, quasi rivendicando una sorta di prepotenza, presunzione, compiacenza, assoluzione espressiva; il filo d’arianna che conduce all’uscita del labirinto, che spinge a scappare, rapidi, ansimanti, dalle spire del minotauro, famelico guardiano di un mondo in cui l’etica si confonde col bisogno, in cui la morale cede il posto alla rivendicazione.

É ciò che suscita l’ascolto delle dichiarazioni rilasciate nell’aula del tribunale dalla chiara voce dell’ultimo famoso “pentito”, Antonio Iovine, famigerato capo clan della mafia casertana o basso casertano, inglomerando una più vasta area che ha confini poco chiari. Raggirandoci tra la comunicazione metaforica, poiché metaforica è soprattutto la comunicazione che si instaura tra le relazioni proprie di un clan, mafioso o no, si può ben utilizzare l’idea del phylum che lega verità e luogo comune, identità e alterità, gioco antropologico innescato dal contesto scenico di un’aula tribunizia.

V’è sempre un punto di partenza quando ci si appresta a prendere in esame un fenomeno, l’innesco immaginativo che ogni buon sociologo (citanto Maffesoli e Mills) ha il dovere di attivare affinché la sua analisi abbia, quantomeno formalmente, un’iconografia completa, soprattutto di dettagli, particolari; prescindere dal particolare è un errore di fondo che la maggior parte degli storici o canardeschi giornalisti commettono volutamente, o no. Il punto di partenza, l’archè, che si pone adesso è vocalizzato nel pensiero di Giovanni Falcone nella ormai famosa intervista alla Rai, datata 30 agosto 1991, in cui ammette, con una visione antropologica profonda e ben strutturata, che la mafia (o le mafie) sono un fatto umano (durkheianamente) e che come tutti i fatti umani sono finiti.

Benché la prima parte è certamente condivisibile, sociologicamente è una verità inoppugnabile, la seconda dà adito allo snaturamento di una analisi socio antropologica rispetto alla finitezza dei fatti umani, la generalizzazione è voluta e funzionale al prosieguo della trattazione.

Alexandre Dumas, nei suoi anni a Napoli in veste di accompagnatore e fervente ammiratore (qualcheduno avanza anche una profonda amicizia ma è questione che rimandiamo ad attenti storici) del generale Garibaldi, scrive: la camorra è una società in accomandita per godere del lavoro altrui a svantaggio della pigrizia[1]. Questa definizione nella sua schiettezza e immutabile fisionomia si incastra eroticamente in un concetto, esposto dottamente da Michel Maffesoli, rispetto all’importanza della gerarchia nella formazione e strutturazione dei gruppi sociali, argomento che depositiamo qui e che riprenderemo oltre.

In quella guisa che una goccia d’olio, cadendo sopra una tavola di marmo, rimane quello che era prima di cadere, e si può facilmente asciugare, ma se, sopra un pezzo di carta, principia a imbeverlo, si estende, s’immedesima colla sua materia in modo da fare con esso una cosa sola, e non si può estirpare che con energici reagenti chimici […][2] fermandoci per alcuni istanti sull’uscio di Minos c’è da adoperarli affinché la chiara metafora di Leopoldo Franchetti possa attraversare completamente l’idea che ciascuno reca in sè di morale o di socializzazione dei gruppi sociali. La goccia d’olio è la definizione, abilmente sintetizzata con eufemistica bravura, della mafia, del gruppo sociale o societale, per niente segreta di cui parlava Dumas, che non potendo assolutamente rifrangersi sul freddo e imperturbabile marmo ma fornicare sempre e soltanto con un tessuto sociale che come la carta assorbe e difficilmente rilascia quanto contaminatosi, fortifica il concetto che si sta cercando di delineare e che proveremo, nel corso della trattazione ad evincere secondo un’abitazione prettamente antropologica.

Richiedendo a Dumas di approfondire cosa volesse lasciarci intendere egli risponde: la camorra, come indica il suo stesso nome che significa “rissa”, è probabilmente di origine spagnola, e nonostante da molto tempo si nasconda nei bassifondi della società, ebbe forse i suoi inizi  con la conquista dell’America e la dispersione degli avventurieri[3].

Dispersione di per sé già fornisce un concetto o un significante molto proficui da un punto di vista antropologico che potremmo qui vestire di legalitaria sindone: la gruppalità, ossia la naturale tendenza che gli individui hanno di porsi in contrapposizione o contraddizione rispetto al Potere sconosciuto e temuto, rappresenta la potenza societale che genera le forme delle società. Senza sconfinare, in questo precipuo momento, nella tribalità (cui argomenteremo dopo) che dottamente Maffesoli elabora, si può affermare che il magma societale è in continua euristica trasformazione ferace di fatti sociali (durheianamente). E ipso facto il rimando alla teoria di uno dei padri fondatori della sociologia, Emile Durkheim, rispetto alla solidarietà meccanica o organica, può risultarci didascalico.

Vi sono epoche di abbondanza durante le quali i popoli escono dallo sciame come fanno le api, per diffondersi in tutto il mondo. La Spagna si trovava in queste epoche quando, nel 1503, il gran capitano Consalvo di Cordova s’impossessò di Napoli per conto di Ferdinando il Cattolico. Quegli avventurieri, senza dubbio, fondarono qualche associazione per sostenersi gli uni con gli altri, che è perpetuata fino ai nostri giorni. Ecco Dumas indicarci il cammino rispetto al concetto poc’anzi espresso di difesa e protezione rispetto al Potere di sconosciuta e arcana provenienza: il cambio dinastico operato dall’ingresso della corona spagnola ai danni della secolare predominanza della suddetta francese è la metafora storica che ci permette di dedurre l’endogamica tendenza della potenza gruppale. Continuando: dietro il furente disordine propedeutico la caduta del politico, inteso come struttura predominante delle relazioni sociali (solidarietà meccanica) o qualsivoglia burocrazia, istituzionalizzazione, fomenta irrriducibilmente il fuoco della socialità che si contrappone ad esso. Nel passaggio dinastico ben espresso da Dumas in cui fa risiedere la nascita, seppur primordiale, dell’associazionismo camorristico è ben presente tale tendenza gruppale o dionisiaca della riconoscenza, rispetto alla sicurezza e alla indentitarietà che il singolo individuo ricerca nel corso della sua vita. Non va sottovalutato tale aspetto, il divario tra Potere e potenza è ben pregnante e presente nella trasposizione storica di Dumas: nelle spire di ogni frattura rispetto all’organizzazione del politico germoglia la rinascita della socialità e della costruzione gruppale che dà vita ad una nuova struttura sociale, ed è un procedimento automatico, abusando del termine, naturale, incontrollabile.

Giacché si sta tentando, almeno nelle intenzioni, di instaurare un paradigma che fuoriesca completamente dagli ideali stricto sensu del dover essere sociale rispetto alle maffie, l’esperienza ingloba tutte, del contesto italico, le rappresentazioni che hanno subìto tali caratterizzazioni (di mafie s’intende) poiché lo scarto tra la consapevolezza interna (endogena) ed indentità sociale o esterna (esogena) è esso stesso un motivo di analisi socioantopologica. Dopo aver visionato lungamente interviste e documentari in merito alla mafia calabrese (suddettamente ‘ndrangheta) il pregiudizio è ancora più fortenemente ronzante e invadente: esiste una questione morale che esula e che rifiuta ostinatamente la logica del dover essere. Tutto ciò si adombra rispetto alla stagnante e implacabile impalcatura ipocrita che tale moralità ha nel tempo edificato. Il quesito pertanto è il seguente: se le maffie o la logica, per certi versi, assertiva che la cultura di clan impone, è depredatoria, depauperatoria, rispetto a quali soggetti o quali altri gruppi sociali? Sarebbe una visione, per certi versi, orba e fiocamente lucente la corrispondenza vittimistica della massa intensa nella sua globalità; possiamo invece ridurre la domanda ad un principio molto più facilmente fruibile e sicuramente pregnate della dicotomia Potere vs potenza? Il fatto che la potenza non sia grafata con la P ma volutamente con la p rappresenta una convizione di fondo: la potenza societale è così compromettente (antropologicamente) da essere scontata rispetto invece alla costruzione di Potere che si colloca ad un livello più generico e quindi denominabile chiaramente. Se lo Stato, inteso come collettività (o interesse comune) non ha o ha smarrito il consenso sociale, diventa, purtroppo, una entità produttrice di anomie in cui il concetto di legalità (e quindi di dover essere) rifrange proprio come la goccia d’olio paternamente descritta da Franchetti: è qui che si insinua la tarma trasgressiva della regola. Nella “pubblica opinione” certamente mediatica e statalista, del politico (inteso come istituzionalità della struttura sociale) come potremmo dire, le maffie guadagnano, grosso modo, una condanna (poiché il dover essere è sempre politico) e non o quasi mai, a livello antropologico, del dionisiaco (del come è)?

Citando Pier Paolo Pasolini: nemmeno sul sangue del lager tu otterrai, da questa pubblica opinione, un giudizio netto, indignato. Il poeta ci spiega dottamente la relazione poc’anzi espressa tra le due condizioni: il politico e il dionisiaco, tra Potere e potenza che rappresentano stricto sensu la contraddizione principiante l’euristica sociale.

Scrivendo una piccola sottie sociologica avevo tentato di mostrare che la mafia poteva essere considerata come la metafora della socialità[4]. È un’intuizione eccezionale l’idea che Maffesoli fornisce, il concetto di mafizzazione è sia preponderante sia esplicativo di quanto si sta elargendo.

Historia magistra vitae può venirci in soccorso per compiere un’analisi breve ma dettagliata delle cesure in cui chiaramente il Potere e la potenza spiegano l’assemblamento gruppale di cui le maffie rappresentano un esempio.

Dumas ci racconta che le origini della camorra hanno un’età grossolanamente cinquecentesca, all’interno di un passaggio storico sostanziale, il cambiamento tra due amministrazioni completamente differenti se non ostili. Come si già detto la struttura sociale e politica è sempre accentratrice, tende a risolvere le relazioni sociali in funzione di una religiosità (re-ligare) condivisa largamente. Il passaggio tra francesi e spagnoli ha indotto quest’ultimi, attraverso la potenza gruppale di affilizazione e protezione rispetto al Potere nemico e sconosciuto, di insinuare relazioni e nuove religioni protettrici edogamicamente e rassicuranti; il principio basilare è sempre lo stesso: perseverare nella socialità. I.e. maffia come protezione e resistenza o, in senso eufemistico, rinascita di una nuova formazione sociale pertinente e foriera di una nuova antropologia. Stesso accadimento si verifica nel passaggio dalla frammentazione politica pre unità alla post unità, storicamente le organizzazioni o società maffiose hanno aiutato l’amministrazione politica proprio in virtù di quella rilevanza relazionale e intimamente significativa di cui rappresentavano l’esistenza del particolare sociale, che è sempre, assolutamente, incontrollabile a livello politico. Ma quest’aspetto diviene poco didascalico se lo si considera prettamente strutturale e non micro sociale, nel senso che non è soltanto o meramente una faccenda di Potere (quindi controllo politico, individualistico) ma solo o soprattutto potenziale, euristico, conformatore di una nuova culturalità. Ed è qui che subentra il paradigma di Maffesoli rispetto al tribalismo, glutinum mundi come dottamente lo descrive. L’istituzionalizzazione delle maffie, pertanto quella perdita di potenzialità e di segretezza, scovata dalle inchieste giudiziarie e dalla mano riassettatrice dello Stato si è verificata in tutta la decade ottantina di fine millennio, proprio nel momento storico apoteotico dell’individualismo, cioè del politico che incombe antropologicamente nella vitalità sociologica.

Quando il segreto, rivelato ed elargito, istituzionalizza una condotta sociale perde il suo significante e diviene significato di una prassi che è solo politica. Qui si connatura tutta la cultura legalitaria ed egalitaria di contro - rivoluzione ad un sistema tribale e gruppale che, nonostante contraddittorio rispetto al Potere, ha generato e fecondato la nascita di una socialità meridionalista prima e italiana poi che fremeva semplicemente di vitalità socioantropologica. Il verso famoso di Tamburriata nera: se non era per il contrabbando io già ero al camposanto, è testimonianza prosaica di tale fermentazione.

In riferimento ad una figura emblematica particolarmente viva in Italia, possiamo paragonare la versatilità del popolo a Pulcinella che riassume in se stesso l’unità dei contrari: “il mio destino è di essere una banderuola; servitore e ribelle, cretino e geniale, coraggioso e codardo”. Alcune versioni del suo mito ne fanno anche un ermafrodito; o ancora il figlio di un grande di questo mondo e/o un bambino della plebe[5]. Maffesoli ci desta da una ipocrisia di fondo, così come è di per sè il pentitismo, cos’altro potrebbero definirsi i pentiti se non Pulcinella vittime ma allo stesso tempo carnfici, ribelli e servitori, geniali o codardi etc. Ascoltando con prognosi sociologica le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia emerge un dato: pochi pentiti pretrinologicamente (o in senso puramente sacrale), molti collaboratori e pretendenti di una assoluzione sociale o civica, frantumare il vessillo della segretezza e tendere al politico, all’individualismo; anomia che, anche nel caso delle maffie ormai istituzionalizzate, quindi assunte allo statuto di politico, producono.

Come ben si nota l’antinomia tra Potere e potenza è una prerogativa degli esseri umani, la stessa rivelazione del segreto è il passaggio, forse immancabile, dal societale al societario, dal dionisiaco al politico. Lo stesso assassinio, citando Renè Girard, istituzionalizza o politicizza la colpa; è questo l’atto sociale del capro espiatorio, rendere sociale la segretezza della relazione intima e renderla peccato comune, farne religione.

Da questa considerazione secerne il paradigma di Maffesoli come siero settico, ferace: i diversi modi di strutturazione sociale valgono nella misura in cui sono, e restano, in adeguamento con la base popolare che è loro servita da supporto.

Tale principio vale per tutti i gruppi sociali che immancabilmente, e con l’aiuto della rete, tendono alla tribalizzazione: gruppi amicali, politici, maffiosi.

Checcé se ne dica, per quanto il politico attraverso i media consoni si assolve quotidianamente a morale comune e coercitivamente condivisa, si muove una gruppalità interiore alla massa che tende ad agglomerare individui che indentitariamente si disconoscono e si rivendicano come adepti. L’attuale spinta aggregazionista o, molto più semplicemente, associazionista che frantuma l’identità a vantaggio di collettività spaziale, più che temporale, è una prerogativa vitale che non può essere ignorata. Anche e soprattutto perché, per quanto la spinta democratico - politica voglia assoggetare l’identitarietà con l’individualismo (l’essere politico che decide), siamo di fronte ormai alla snaturazione dell’individio agente rispetto al gruppo agente, si veda tutti i movimenti associazionistici (ambiente, veganismo, yoga, orientalismo, mindfulness etc.). Ma, nonostante una pragmatica dell’orizzontalità, persevera la pragmatica della gerarchia, come componente essenziale e antropologicamente riconosciuta. Siamo di fronte ad un politeismo di valori che, come i lari, fondano guru o sacerdoti che impongono gerarchicamente una passività identitaria; ciò accade ogni qual volta il politico perde di riconoscibilità e accentramento. La dialettica della contraddizione è sotto gli occhi di tutti, almeno per coloro che assumono la giusta prospettiva analitica, la sociologia del quotidiano citando Goffman, Maffesoli.

Se la maffia è un fatto umano, incontrovertibilmente, non è immune alla rinascita poiché risponde, allo stesso modo di ogni gruppo umano, della vitalità propria della potenza umana, contrapposta al Potere.

 

 

Dr. Antonello Pesce

sociologo, docente, saggista.

MILANO

 

E-mail: antonellopesce@pec-legal.it

         antonello.ilmoro@gmail.com

 

 

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[1] Alexander Dumas, La camorra e altre storie di briganti, Donzelli, Roma 2012, p.165.

[2] Franchetti - Sonnino, Inchiesta in Sicilia, Saggi Vallecchi, Firenze 1974, p. 101.

[3] Alexandre Dumas, La Camorra e altre storie di briganti, Donzelli, Roma 2012, p. 166.

[4] Michel Maffesoli, Il tempo delle tribù, Guerini Studio, Milano 2004, pp. 146 - 147.

[5] Ibidem, p.93.